L’Obsolescenza programmata nel design industriale

L'Obsolescenza programmata nel design industriale
21 luglio 2014
Alessandro Mascoli

Per quale ragione vostra nonna ha un frigorifero che pare indistruttibile mentre il vostro non sopporta altrettanto bene lo scorrere del tempo?

Se da un lato la tecnologia e la complessità degli artefatti è cresciuta, dall’altro non si può negare che la vita media di un oggetto attuale sia di molto inferiore a quella di oggetti realizzati trent’anni fa. È possibile che le componenti tecnologiche siano così deperibili?

In questi anni di ricerca applicata in campo industriale si è giunti a miglioramenti incredibili che non hanno tuttavia ancora permesso di sviluppare prodotti dalle funzioni avanzate duraturi nel tempo. Perchè?

La ragione principale risiede nel nostro attuale modello economico: la necessità di una crescita costante pretende un afflusso continuo di merci sul mercato; per questa ragione in un’economia consumistica, sarebbe poco profittevole avere degli oggetti che durano nel tempo. La produzione attuale è imperniata sulla deperibilità ma l’obsolescenza programmata non è un fenomeno recente, anzi, ha radici profonde che vanno cercate nella depressione degli anni 30.

Il primo esempio di obsolescenza programmata è l’accordo Phebus. Questa delibera, firmata a Ginevra nel 1924 da tutti i produttori di lampadine a incandescenza, decretò la riduzione della vita media di quel prodotto dalle 2.500 alle 1.000 ore.

Anche Dupont ha seguito un percorso analogo: la creazione dei primi collant di Nylon nel 1938 generò immediatamente una domanda enorme ma il nuovo materiale era incredibilmente resistente e le vendite subirono presto un brusco arresto. Gli ingegneri furono invitati ad abbassare la qualità dei materiali e la domanda riprese a crescere.

Questa pratica divenne sempre più comune e venne teorizzata nel 1933 da Bernard London. Secondo London per risollevare l’economia in piena recessione era necessario costruire una offerta continua in modo da alimentare costantemente il profitto delle imprese. Nel suo testo “The New Prosperity” London scriveva: “Secondo il mio progetto, i governi assegneranno un ”tempo di vita” alle scarpe, alle case, alle macchine, ad ogni prodotto dell’industria manifatturiera, mineraria e dell’agricoltura, nel momento in cui vengono realizzati. Questi beni saranno venduti e usati nei termini ”definiti” della loro esistenza, conosciuti anche dal consumatore. Dopo che questo periodo sarà trascorso, queste cose sarebbero legalmente ”morte”  […] distrutte nel caso ci sia una disoccupazione diffusa. Nuovi prodotti sarebbero costantemente immessi dalle fabbriche sui mercati, per prendere il posto di quelli obsoleti”.

Alcuni anni più tardi il designer statunitense Clifford Brooks Stevens definì l’obsolescenza come “il desiderio del consumatore di possedere qualcosa un po’ più nuovo, un po’ meglio, un po’ prima del necessario”. Stevens spaziò dalla grafica al mondo delle automobili, dagli elettrodomestici ai trasporti ferroviari adoperandosi per progettare manufatti che rendessero rapidamente superati quelli presenti in commercio. Non possiamo certo indicarlo come unico responsabile ma gli va attribuito il merito di aver coniato la definizione più calzante del concetto di obsolescenza e di averlo perseguito con coerenza nell’ arco di tutta la sua vita professionale.

Nel caso specifico di Brooks l’obsolescenza si sposta ad un livello più subdolo e viene percepita dal cliente; l’oggetto, anche se funzionante, non rientra più negli standard superato da modelli maggiormente “performanti” appena immessi sul mercato.

Oggi siamo coscienti di questa realtà, in campo tecnologico i nostri smartphone invecchiano a ritmi vertiginosi e nuove versioni si alternano sugli scaffali ogni 7-12 mesi; il guardaroba si rinnova annualmente e le nostre stampanti appaiono come malati terminali.

Serge Latouche, economista e filosofo francese sostenitore della decrescita felice ha individuato nell’ obsolescenza programmata uno dei tre pilastri che sostengono la società dei consumi: la pubblicità che crea i bisogni, il credito che ne fornisce i mezzi e l’obsolescenza programmata dei beni che azzera il circuito.

“La società cosiddetta sviluppata si fonda sulla produzione di massa del deperimento, cioè sulla perdita di valore e il degrado generalizzati tanto delle merci quanto degli uomini”, ovvero “sullo schiacciamento del tempo e il trionfo dell’effimero”.

La rivoluzione industriale hai ormai fatto il suo corso, è tempo di guardare avanti ed innescare una nuova rivoluzione basata su progressi sostenibili per l’uomo e l’ambiente. Un mondo di risorse limitate sfruttato per perseguire un modello di crescita illimitato è destinato al collasso, sempre che non sia già tardi.

Se l’articolo è stato di tuo gradimento qui troverai uno speciale ancora incredibilmente attuale, nel prossimo appuntamento una delle possibili alternative al sistema attuale: l’innovazione radicale.